2StonedGli Stones visti dagli “ex”

 

Di primo acchito può sembrare strano, ma è vero almeno quanto il fatto che il cielo è blu. Nonostante l’ultimo numero di Fortune, la bibbia dei guru di Wall Street, sveli gli utili a sei zeri realizzati dai Rolling Stones dal 1989 ad oggi, esiste chi è sceso di sua sponte dal treno lanciato verso il successo e la ricchezza. Dei quattro esuli volontari noti alle cronache, due sono legati da una singolare coincidenza, rappresentata dall’aver raccontato le loro avventure a Stoneslandia in libri usciti in quest’ultimo scampolo di 2002.

Nonostante lui non esiti a schernirsi al riguardo (“loro erano già così, mi sono limitato a tirare fuori il peggio da ognuno dei cinque”), Andrew Loog Oldham va considerato, a pieno titolo, come colui che ha fatto rotolare le Pietre. Non che sia stato un lavoro facile - almeno questo è quanto si percepisce leggendo 2Stoned (disponibile per ora solo nella versione inglese edita da Secker & Warburg, 474 pagine) - ma qualcuno doveva pur farlo e a lui dava tutt’altro che fastidio. Cresciuto nell’ufficio di Brian Epstein, utilizzando i Beatles come palestra per affinare le sue innate capacità di manager, nel 1963 varca la soglia del Richmond Station Hotel, ove si imbatte nella sgangherata combriccola allora capitanata da Brian Jones. Un lampo fende l’aria. Andrew vede nei cinque ciò che nessun impresario aveva saputo riconoscere: il prodotto da piazzare in ogni casa in cui vivesse un giovane. Prende così il via un lento processo di erosione (di cui Jones farà malauguratamente le spese), volto a trasformare il quintetto blues in una formazione pop. Le tappe iniziali del movimentato cammino si annidano tra le pagine di Stoned, primo capitolo delle avventure dell’adolescenza londinese di Oldham, uscito nel 2000. Il nuovo volume decolla invece nel 1964, con Mick e soci che sbarcano all’Idlewood Airport di New York (oggi intitolato a JFK) e si conclude, tre anni dopo, con Andrew che dice addio a Sir Jagger, augurandogli la miglior esistenza possibile. Nel mezzo, raccontati con uno stile fresco, invogliante e ricco di stuzzicanti citazioni cinematografiche, i rocamboleschi retroscena della produzione dei primi sei album del gruppo e di una quantità industriale di singoli dirompenti come Satisfaction, Ruby Tuesday e Paint It, Black. Da leggere con uno dei Remasters della Abkco nel lettore (o, se siete degli irriducibili, con una stampa mono di The Rolling Stones sul piatto).

L’altro passeggero sceso in corsa è Bill Wyman, bassista del gruppo dalla fondazione al 1992 (l’ultimo documento in cui compare è il live Flashpoint). Universalmente noto come “lo storico” dei cinque, con Rolling With The Stones (uscito in Italia per Mondadori, 512 pagine) spalanca a tutti le porte del suo archivio personale. La parte visuale dell’opera è semplicemente fenomenale: chiunque collezioni memorabilia delle Pietre sa quant’è difficile reperire materiale di qualità. Ebbene, considerate che fotografie inedite, locandine e biglietti di concerti, pass e molto altro sono proprio ciò che tiene banco nelle pagine del libro del Silent Stone. La parte testuale, al di là di qualche imprecisione (ma chi non si confonderebbe nel tenere appunti per trent’anni) e di una traduzione a volte non esattamente felice, offre informazioni di prima mano su numerosi momenti ancora inesplorati della storia del gruppo. Se è vero che la scelta di inserire i capitoli sugli album Vodoo Lounge e Bridges To Babylon appare quantomeno opinabile (Wyman non era più nella band), va comunque riconosciuto che Rolling With The Stones, per gradevolezza dell’impostazione e quantità dei dettagli contenuti, non può mancare nella biblioteca di chi si sveglia con Street Fighting Man e si corica con You Can’t Always Get What You Want.

Per la cronaca, al momento di scrivere queste righe, Andrew Loog Oldham è chiuso in uno studio di Glasgow, a far da chioccia ad una band del luogo. Non sedeva dietro alla console da otto anni. Segnatevi questo nome: V-Twin. Bill Wyman invece, attraverso un’intervista, ha fatto sapere che potrebbe concedersi un’“ultima volta” con gli ex compagni, ma solo “a patto che me lo chiedano loro”. Brutta bestia il virus Stones, davvero.

 

Christian Diemoz

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